Recensione a cura di Rosy Romano
Album: Lunik – “Small Lights In The Dark” (2010, FOD Records / Nova via Universal Music Group)
Giudizio: Le piccole luci nel buio dei Lunik fanno pensare a piccoli bagliori di speranza nella perenne ricerca dell’anima gemella e di una storia che funzioni. Tanta tristezza, sottolineata dalle lente note, limpide e mai artificiose, e dalla delicatissima ma a tratti rabbiosa voce della frontwoman. Un buon condensato di pop e malinconia, da gustarsi la sera, comodamente sdraiati in poltrona, al lume di candela. Occhio però: se vi ritrovate in una delle situazioni raccontate da Jael, ve ne sconsigliamo l’ascolto: avrebbe l’effetto del sale su una ferita.
Voto: 7/10
Apertura delle più soft con “Everything means Nothing“, dal cui primo verso prende il nome questo nuovo lavoro dei Lunik. Come da copertina del CD, si avverte la solitudine di chi è rimasta sola, in cima al mondo, con le poche luci della città ad illuminare la notte, preludio di un nuovo capitolo, di una vita da ricominciare, da sola. Una tristezza che pullula su ogni nota e su ogni frase sussurrata dalla suadente voce di Jaël, ma che riserva rancore con l’esplosione finale che si materializza con un “I don’t care anymore”, rabbioso e quasi liberatorio.
“Falling up” dà una piccola smossa ai ritmi dell’album, quasi a simbolizzare la scossa di cui si ha bisogno per tornare a focalizzarsi su ciò che è veramente importante e ridefinire un punto di riferimento nel momento in cui non si ha più la bussola per orientarsi nel mondo.
What was important became background noise
Cos’è veramente importante? Jaël ci racconta questa storia in terza persona, immaginandosi nei panni di chi si è perso e non ha tempo per ritrovarsi perchè sta già cadendo, vittima di una vita frenetica per cui non era pronta, mentre tutti intorno pretendono qualcosa da lei.. e non c’è tempo, non c’è tempo.
“How I could I tell you” torna sui ritmi lenti, predominanti nell’album, aprendosi con la sola voce di Jaël e le note di piano di Cedric Monnier. Ed è la storia di chi ha già dato tutto per una relazione che è giunta al termine perchè non c’è più nulla da dare, perchè si è persa la fiducia nel “noi”: ma come si può dire ad una persona con cui si è passato tanto tempo insieme che non è più la persona con cui si vuole stare? Una domanda universale a cui non c’è una risposta unica. Non chiedetela a Jaël.
Ed il discorso sulla problematica di coppia continua in “I can just be me“. In un rapporto di coppia è fondamentale la sincerità, soprattutto verso se stessi: non si può pretendere di far funzionare una relazione se ci si ostina ad essere qualcun altro solo per far contenta l’altra metà. Bisogna essere sè stessi.
Se si è commesso lo sbaglio di ferire l’altro, riconquistare la fiducia diventa lo scopo primario. Ed i ritmi accelerati di “People hurt people” danno l’impressione di chi cerca disperatamente di recuperarla il prima possibile. Succede: le persone feriscono le persone. Se si è in grado di affrontare uno sbaglio, di tornare ad aver fiducia nell’altro nonostante tutto, allora il rapporto diventerà più forte, supportato da un amore vero. Tutto quello che c’è da fare è “fare del proprio meglio”.
Come un serprente che striscia tra le foglie, la gelosia spesso avanza furtiva, e come riempire quel buco lasciato dalla mancanza di fiducia se non nelle pagine di un diario? “Diary” parla di questo, di chi è malfidato, di chi è talmente geloso da soffocare una relazione e portarla alla sua fine più netta e tragica.
“I never said that I was perfect” ritorna sui difficili rapporti di coppia, quando si torna su un problema già affrontato e che, in quanto tale, si pensava erroneamente potesse essere risolto più facilmente. Questa sono io, non puoi cambiare me, non puoi cambiare nessun altro se non te stesso, ma solo se ci provi veramente: e non ho mai detto di essere perfetta.
“Born to be sad” fa tristezza solo dal titolo. Ma quando si è troppo depressi, ci si sente colpevoli per quanto è successo. E come cioccolatini, uno tira l’altro, depressione porta altra depressione. Un brano molto pessimista: difficile credere che a scriverlo sia stata una ragazza così solare come Jaël.
“I can’t sleep” parla di chi non riesce a chiudere quel capitolo, di chi vive nel ricordo di quello che si aveva, di chi non riesce nemmeno a respirare se accanto non ha più l’altro. Ma la storia è finita e bisognerà trovare una ragione per voltare pagina, nonostante si continui a pensare in quel momento che la prospettiva è alquanto improbabile.
Poche le cose fondamentali a cui aggrapparsi nella vita. Una casa e due braccia aperte ad attendere il proprio ritorno. Non si chiedono le stelle. “He’s quite something” è il discorso di lei al suo-ex nel provare che tutto ciò che si voleva e che era veramente importante era un posto da chiamare casa e qualcuno da amare.
Si aveva la speranza di un bagliore di positività nel brano precendente, ma si ricade nella tristezza con “Set you free“, ovvero “Ti libero” perchè si è su due binari differenti e il rapporto non può avere un futuro.
La Tracklist:
- Everything means Nothing
- Falling up
- How I could I Tell You
- I can just be me
- People Hurt People
- Diary
- I never said that I was perfect
- Born to be sad
- I can’t sleep
- He’s quite something
- Set you free
Un ringraziamento particolare a Riccardo Maruti / Ufficio Stampa Parole e Dintorni
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