Intervista a cura di Rosy Romano
Conosciuto e apprezzato nella veste di Goodmorningboy, per il suo songwriting dalle sonorità internazionali, MARCO IACAMPO torna con un disco omonimo, cantato in italiano, che rappresenta la rinascita artistica dopo i precedenti progetti discografici. Non mancano la forza a cui ci ha abituati, l’indagine di sé con parole e suoni straordinariamente genuini. Il cd contiene anche “Che Bella Carovana”, brano scelto per il progetto “Il paese è reale”, compilation di artisti italiani indipendenti promossa nel 2009 dagli Afterhours.
Lo abbiamo intervistato in occasione dell’uscita del suo nuovo album. Ecco cosa ci racconta.
1. Il tuo nuovo lavoro si avvicina spesso, nell’essenzialità della musica, alla scrittura di Bob Dylan. Pochi accordi, tanto da raccontare. Avevi molto da dire e poco tempo per farlo, oppure hai preferito a priori dar maggior peso alle parole?
Bob Dylan ha insegnato molto, mi ha insegnato che con le parole si può fare musica e si può dire qualcosa di se stessi per cercare di comunicarlo. Poi, si, da un certo punto di vista è così: non avevo esattamente poco tempo per farlo quanto più, foga di dire la mia cosa. Allora si sceglie il giro di accordi più adatto e si comincia a far girare le parole. Ogni tanto è una fiume in piena. In altre canzoni invece ho fatto più economia e l’incrocio tra parole e musica è più calibrato.
2. Cosa ti ha spinto/ispirato a scrivere “Miracolo Eccezionale”?
Volevo fosse una sorta di spiritual, poi è diventata una canzone pop.
Quando ti sembra di aver detto tutto e provato di tutto per uscire dai problemi invochi un miracolo. succede spesso ultimamente. la mia generazione è sempre più coscente di aspettarsi un ruolo in questa italia. Le porte sono sbarrate, questi nn si schiodano. Per non fare gesti sbagliati e inconsulti rischi di continuare ad implodere, ti senti un re ingabbiato come un bandito. di questi tempi serve sangue freddo e ogni tanto proprio quando non ce la fai più serve invocare un miracolo eccezionale.
3. Partire per un lungo viaggio alla ricerca di qualcosa “di più” e ritrovarsi poi a desiderare di tornare da dove si era partiti e a quello che si è. Cosa ti ha spinto/ispirato a scrivere “Tornare a casa”?
Il fatto che di esperienze ne avevo fatte tantissime: nel lavoro, nella musica, nei viaggi, nella conoscenza delle persone.. ma mi ero accorto che senza il cuore e la coscenza era stato tutto invano.
Il mio più grande obbiettivo a quel punto era riconquistare me stesso. Frastornato e frammentato ho deci so di tornare a “casa”. La mia casa, quella dove sul campanello c’è il mio nome. una casa di cui mi ricordavo ma di cui ne avevo perso l’indirizzo.
E quando hai una casa e sei partito per un viaggio e vuoi tornare, poi sai come farlo.
4. Ne “Il mio lavoro” c’è anche “lo zampino” di Enrico Gabrielli (Calibro 35) che ne ha scritto i fiati. Com’è stato lavorare con lui?
Bello, con Paolo abbiamo cercato di tirar fuori da Enrico la parte più schietta e soul. Penso che ce l’abbiamo fatta. Lui è un musicista eccezionale.
5. In “Cavallo bianco” duetti con Airin, giovane cantautrice milanese con cui di recente ti sei esibito in Jam Session a Cremona in occasione del Festival “Le corde dell’anima”. Come vi siete incontrati?
Ci siamo conosciuti qui a milano. nei soliti giri. Siamo entrambi seguiti da Paolo Iafelice. Lei è una ragazza talentuosa e seria nel suo lavoro. Ha una bella voce e scrive belle canzoni. Il suo spirito naif a volte potrebbe nascondere un’artista di grosso calibro. Le auguro il meglio.
6. Con chi ti piacerebbe collaborare in futuro?
Non so.
7. Qual è il brano di quest’album a cui sei legato di più emotivamente?
In ogni canzone ci sono frasi che a seconda della volta che le sento o le canto, mi emozionano.
Non ce n’è nessuna in particolare.
8. L’essenza country e l’anima acustica di questo album ne suggeriscono l’esecuzione live in location intime e, pechè no, a lume di candela. Ci sono luoghi particolari e suggestivi, anche non convenzionali, in cui ti piacerebbe esibirti?
Ovunque. sono pronte anche delle versioni esplosive delle canzoni. Mi piace suonare in piccoli posti, magari solo con la chitarra acustica, ma il pubblico rock è sempre un’emozione a cui non so se riuscirei a rinunciare.
9. E adesso, la domanda che sottoponiamo a tutti i nostri intervistati. Qual è il momento più bello per te durante tutto l’arco di un concerto (dalla mattina fino all’aftershow)?
Beh, forse son scontato, ma durante il concerto. E’ il momento per cui si è lavorato e per cui la gente è li.
E’ un momento di liberazone. può diventare una droga senza la quale stai male. E’ molto importante arrivare ad esprimersi, per chi canta o è un’artista ma anche per chi non lo è.
Il momento in cui si butta fuori potrebbe essere il più bello della giornata di tutti.
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