Intervista a Brunori SAS




Intervista a cura di Marzia Ragusa

Per la data romana della Brunori SAS alla Città dell’altra economia (Testaccio), organizzata dalla ONG ManiTese, noi di 06live abbiamo intervistato il cantante – nonché capo dell’azienda – Dario Brunori.

Brunori Sas

Solita domanda per cominciare riguardante proprio i tuoi inizi: come mai da imprenditore hai intrapreso la carriera del musicista e come mai proprio del musicista, data l’estrema diversità dei due lavori.

Ma sai, il discorso è stato che su questo fatto dell’imprenditore c’è stato un po’ un gioco, nel senso che io ho sempre bazzicato l’ambiente musicale negli ultimi anni e soprattutto dai vent’anni in su, perché suonavo, poi ho cominciato a fare un più sul serio sia dal lato del musicista che della produzione musicale, quindi quando sono andato su in Toscana facevo l’università e contemporaneamente mi occupavo di musica – di altri progetti di altra natura rispetto a questo del cantautorato -. Successivamente mi sono trovato forzato a fare l’imprenditore perché mio padre era un piccolo imprenditore, o meglio, un grande imprenditore di una piccola impresa e aveva questa… Sai come sono le ditte familiari, la ditta era lui, perciò quando è venuto a mancare, siccome io ero l’unico a non fare un lavoro serio – gli altri erano ingegneri – mi hanno detto “Va beh, stai facendo musica, vieni a fare l’imprenditore”. Da lì mi sono trovato a vendere mattoni e cemento, quindi è stato da una parte un po’ scioccante, un cambio di vita incredibile proprio da un giorno all’altro, invece per quanto riguarda l’altra faccia della medaglia, sicuramente questo tipo di esperienza è finita ed è stata in qualche modo la scintilla che ha creato Brunori SAS come progetto cantautorale: lo schiaffo che ho preso per quell’evento (la venuta a mancare del padre nda)  mi ha fatto vedere le cose in un modo diverso. Penso infatti che il disco sia una sorta di bilancio della mia vita fino a quel punto e questo è il lato positivo di una circostanza che invece non lo è stata.

Quindi il nome “Brunori Sas” vuole rievocare tuo padre, è come un omaggio, o è legato all’azienda che lui aveva?

Guarda non vuole evocare tanto mio padre: il disco è permeato di tutta una serie di cose, è una fotografia di quel momento che si arricchisce delle fotografie dei momenti passati e c’è un piglio ironico, non mi piaceva – anche quando si arrivava in profondità ai testi – prendermi eccessivamente sul serio perché alla fine l’ironia era un modo proprio per esorcizzare quel momento. Tutte le scelte che hanno caratterizzato i brani, la stesura, l’album, erano fatte in questa doppia chiave: erano cose sentite, vere, necessarie per me e urgenti, però fatte anche con un sorriso, senza voler essere melodrammatici e dire “mamma mia cos’ho passato” perché non credo di aver vissuto una cosa particolarmente terribile. Dolorosa, ma ci sta nella vita.

Dal momento in cui hai iniziato a fare il musicista come si è evoluta la tua carriera? Come hai iniziato a suonare sui diversi palchi e ti sei fatto conoscere?

In realtà ho suonato precedentemente ma in esperienze che mi vedevano molto dal lato “studio”. Non ho una grandissima esperienza live se non negli anni giovanili, quando avevamo una specie di cover band ed erano progetti caratterizzati da una grande passione, ma non un’esperienza che si possa definire professionale com’è giusto che sia in quegli anni. Mentre questa di Brunori SAS come esperienza live è stata la più importante perché di concerti ne abbiamo fatti tantissimi, oltre cento dall’anno scorso, quindi l’esperienza l’ho fatta con loro ed è un bene. Ho vissuto la cosa con un piglio più sereno dovuto all’età, magari se l’avessi fatto a vent’anni sarebbe stato più divertente per certi aspetti ma diverso: tante date così presto fatte così giovane mi avrebbero portato altrove, invece adesso le ho vissute con tranquillità e sono contento che sia capitato ora.

Relativamente alle tue esperienze precedenti con i Blume e Matteo Zanobini, come pensi abbiano influito queste nella tua musica attuale?

Io non riesco ad analizzare proprio precisamente quali componenti abbiano influenzato le cose che faccio oggi. Sicuramente quell’esperienza lì è stata importante perché è stata una di quelle che mi ha fatto vedere l’aspetto professionale della musica: abbiamo lavorato ad un disco secondo me bello in tutte le sue fasi d’elaborazione, ho conosciuto personaggi che in qualche modo mi hanno dato una mano soprattutto per crearmi una forma mentis legata all’aspetto musicale, poi la conoscenza con Matteo è stata fondamentale per tanti motivi, perché c’è un’amicizia incredibile e perché mi ci trovo benissimo a lavorare dal punto di vista artistico. Lui ha prodotto il disco artisticamente, ha fatto alcune scelte relative agli arrangiamenti e al sound – secondo me aspetto molto importante – del disco che gli donano quell’intimità che molti mi rimandano. Tantissimi mi dicono “Quando ascolto il disco mi sembra di sentirti sul divano” e non è una cosa casuale, nel senso che tra le grandi doti di Matteo c’è anche questa di aver dato il vestito giusto alle canzoni, quindi mi piace quest’aspetto. Sicuramente dai Blume e da quell’esperienza ho preso molto. Se vuoi come ultima analisi c’è anche il fatto che quel progetto aveva una natura molto studiata, molto cerebrale, era legata molto al suono, mentre forse quest’album è stato un po’ una reazione a quel modo e a quel mondo perché è molto più spontaneo. Anche in questo senso penso mi abbiano influenzato. Lo so sembro uno dell’ACR, dico sempre cose positive.

Per quanto riguarda la data fatta al Circolo degli Artisti (RM) insieme a Dente, com’è nata questa vostra collaborazione?

Dente Vs Brunori Sas

E’ nata perché da tempo si parlava, non direttamente con lui ma si vociferava, di questa possibilità, dato che c’è un modo e un approccio al fare musica – al fare spettacolo anche – che è abbastanza simile. I ragazzi che hanno organizzato la serata mi avevano chiesto inizialmente uno spettacolo di un certo tipo e successivamente è venuta fuori l’idea – non mi ricordo se proprio tramite Matteo – di farlo con lui. Una cosa fantastica, è stato sorprendente che ci sia stato questo feeling con pochissimi incontri. Abbiamo provato un paio di volte e poi è venuto fuori lo spettacolo. Io ho rivisto delle cose, dei filmati… Perché quando ci sei dentro lo percepisci sempre di meno, ma dai filmati devo dire che ci sono degli episodi… Sembriamo una consumata coppia comica e per me anche la serata è stata comica, le canzoni erano solo un pretesto per le battute.

In ogni caso il pubblico sembra avervi molto apprezzato in quell’occasione.

Sì perché il pubblico ama il cabaret più delle canzoni.

Invece come ti trovi a lavorare con i componenti della band e soprattutto con Simona (compagna di Dario da dodici anni nda)?

Con Simona purtroppo c’è un rapporto conflittuale (ride), sono dodici anni che la vedo e l’ho dovuta anche portare in tour. Non erano previsti i cori nel disco tanto meno nello spettacolo, però giustamente lei mi ha detto “Da solo non ti ci mando”. Questo è stato il concetto per il quale poi è entrata nel disco e nel live. Lei quindi c’era precedentemente, con gli altri invece è stata una grande fortuna perché non erano nel disco, non vi hanno suonato, sono entrati in corsa proprio in un periodo in cui c’era l’interrogativo su come portare l’album dal vivo e secondo me hanno creato un altro album ancora. Le canzoni fatte ai concerti hanno altri colori, c’è un’energia maggiore e da questo punto di vista sono felicissimo perché era quello che mi interessava: il live lo vedo come un momento in cui è più importante comunicare su un livello diverso rispetto che soltanto a quello legato ai brani. Mi piace l’aspetto un po’ spettacolare del live, mi piace che ci si diverta, senza ovviamente dover censurare o eliminare gli attimi più legati alle canzoni.

Torniamo indietro di un po’ di anni, alla tua infanzia e alla tua adolescenza: sembravi essere un assiduo frequentatore di chiese e oratori. Questi hanno influito in maniera particolare nella tua vita di allora e di oggi?

Sicuramente aver frequentato quel mondo mi ha dato modo di sviluppare uno sguardo che comprendesse tutto. Quel tipo di esperienza – che poi nel mio percorso di vita è andata in tutt’altra direzione – mi ha dato la possibilità di comprendere davvero il tutto: anche se oggi non condivido determinate opinioni e cose almeno le conosco e conoscerle significa comprenderle, che non vuol dire giustificarle ma quanto meno avere una visione senza rifiutarla a priori. In questo senso quella vita mi ha aiutato a capire perché una parte del mondo e di mondo che io vivo si muova in tale direzione.

Ci sono degli elementi nel disco che rimandano più che alla religione proprio alla religiosità, al fatto popolare e all’aspetto popolare: come la religione, il sacro, venga vissuta nel mondo che mi gira intorno. Questi elementi sicuramente ci sono. Oltre alle camicie nere senza colletto.

La tua attuale visione religiosa è forse dovuta anche alla mancanza di tuo padre?

No l’accaduto non ha influito: ho semplicemente seguito un percorso di vita secondo il quale, quando fai determinate esperienze che non ti soddisfano, sei portato a cercare un altro tipo di risposta rispetto a quello che ti viene offerto.

Parlando di religiosità popolare e quindi di calcio, in “Guardia ’82″ tu citi Pertini e Bearzot: hanno per caso loro avuto un ruolo specifico nella tua vita o li hai inseritii nel brano semplicemente come ricordi di quelle estati?

Guarda, io mi rendo conto che andare a fare un’analisi dei testi dall’esterno – e l’ho fatto anch’io in passato su testi altrui – è molto interessante e stimolante, come il pensare a tutto quello che può esserci dietro ad un brano, ma spesso, almeno per quanto riguarda ciò che ho scritto io, molte cose sono avvenute senza premeditazione. La maggior parte delle volte il mio processo creativo nasce in maniera del tutto rapida. Ad esempio “Guardia ’82″ è una canzone scritta davvero in dieci minuti, è stata molto rapida, i versi sono venuti come le immagini. Tu pensa a quando a volte ti lasci trasportare dal flusso dei ricordi. Ci sono molte canzoni nate da una serie di immagini, poi sono stato fortunato che le cose andassero bene anche a livello metrico e ritmico. Non c’è un’intenzione dietro, anche perché quando ho provato a fare qualcosa di questo tipo, con intenzione, non è mai venuto fuori nulla di buono, quindi preferisco la mia modalità che è anche più veloce. Il minimo sforzo per il massimo risultato.

Rimanendo legati ai tuoi quindici anni: in “Italiandandy” citi Edwige Fenech – questa domanda in realtà è simile alla precedente e anche la tua risposta potrebbe essere simile -. L’aver parlato di lei potrebbe derivare da determinati film in cui lei recitava che hai visto da ragazzo, dalla sua bellezza, o come dicevamo prima la scelta è stata casuale?

“Italiandandy” è un brano abbastanza ironico. E’ una canzonatura che  in qualche modo tenta di omaggiare il mondo del maledettismo francese: l’idea di questo personaggio poetico che io non sarei mai potuto essere perché sarebbe stato in contraddizione con il suonatore di chitarra in chiesa quale sono sempre stato. Pertanto quando ho scritto quel brano l’ho fatto con l’intenzione di portare delle immagini. Ovviamente in questa idea c’era dentro come concetto di base il voler alternare nomi legati alla poesia e accettati comunemente, a cose che facevano parte più di una realtà popolare come i film così detti di “serie b” e la commedia all’italiana, così c’è finita dentro la Fenech. Ma ripeto non c’è stato un lavorone dietro.

Un’altra postilla che ho notato – probabilmente sarà casuale anche questa, ma ormai siamo in ballo – è che il brano “Di Così” viene subito dopo “L’Imprenditore” e tu in “Di Così” scrivi che “vuoi vivere meglio”. Questa frase è per caso relativa proprio al brano che la precede, “L’Imprenditore”, o non c’entra niente ed io ho fatto diversi viaggi mentali?

Devo dire che non c’entra niente, effettivamente hai fatto un lavorone! Mi dispiace deludere le aspettative ma la questione è molto più semplice. Dovevo dire “Sai è tutto studiato, infatti “Guardia ’82″ viene dopo “Come Stai” e non ti dico perché, lo scoprirai continuando ad analizzare”. No parlando seriamente: c’è un legame di periodi di scrittura, quello sì. Sono stati i primi brani che ho scritto e secondo me si sente, perché appartenevano alla fase “Non ce la faccio più, voglio fare altro”. Poi è arrivata la fase “Cosa voglio fare?” Voglio tornare a quand’ero piccolo. Un disco praticamente di fuga continua. Una tristezza incredibile ma come spesso accade le cose tristi funzionano. Quindi fatevi una domanda se vi piacciono le mie canzoni… C’è una tristezza che in qualche modo ci attanaglia

Per quanto riguarda invece il disco al completo, questo lascia sempre delle immagini nella mente e tu hai anche inserito determinate fotografie nel booklet, come la pallonata in faccia a tuo fratello o il tuo ritratto che possiamo vedere in copertina. Ti sei ispirato a determinate foto per scrivere, che ti hanno scaturito dei ricordi, o magari proprio tramite i tuoi ricordi ti sono poi venute in mente le immagini?

Alcune foto del booklet sono state motivo di ispirazione, non dei brani in particolare però di un’aria che volevo tirasse tutto il disco. Anche se sono più i giornalisti che mi fanno analizzare le cose, c’era sicuramente questa intenzione di unire il tutto. Mi piaceva la sensazione che mi lasciava vedere quelle foto – una serie di foto ritrovate a casa – quei colori, quella grana, il tipo di spensieratezza che traspariva da alcune cose, mi davano una bella sensazione che poi ho voluto fissare nelle canzoni. Era ovvio che le immagini non fossero solo a corredo ma che completassero il disco e questa è una cosa che mi piace. Oltretutto le singole canzoni successivamente unite hanno per me un valore maggiore, e ancora maggiore ce l’hanno insieme alle immagini, quindi questo crea un album molto ricco.

Ascoltando il tuo disco si denota un certo legame con le origini calabresi. C’è qualche motivo particolare per cui arriva questa sensazione o tieni alla regione come semplice luogo in cui sei nato?

Non so perché il disco crei questa sensazione. In realtà non sono molto legato ai luoghi, non sono un nostalgico dei posti. Per dire sono stato a Siena dieci anni e ci sono tornato a suonare un paio di volte ma non mi ha fatto chissà quale effetto . E’ ovvio che casa per me è la Calabria, come penso che per tutti “casa” sia il posto in cui passi gli anni che ricorderai per sempre, l’infanzia e l’adolescenza. Questo senso calabrese comunque si sente perché scrivendo un disco che riguarda la mia vita è normale ch’io ci metta dentro tutto, ma non avevo intenzione di fare un album così specifico. In ogni caso se me lo chiedono in Calabria dico “Sì, assolutamente sono legatissimo”. Sopratutto se ci sono dei finanziamenti regionali, il disco l’ho scritto perché amo SOLO la Calabria (ride).

Ultima domanda: in “Nanà” scrivi che la tua non è vita speciale, che è normale, ed è per questo che la vuoi cantare. A un anno dall’uscita del disco e dall’inizio dei tuoi concerti, reputi ancora che la tua vita sia “normale” e per questo vuoi continuare a cantarla, oppure con il successo che hai avuto è cambiato qualcosa?

Preso alla lettera il ritornello di Nanà potrebbe sembrare un elogio alla normalità o una sorta di desiderio, quasi come a dire “Non è vero che sono contento di cantare la mia vita normale”. In realtà nel momento in cui ho scritto quel brano mi sembrava che aldilà della mia vita, in quanto il disco è scritto molto in prima persona – ma non è sempre legato a me – , ci fosse quest’aria in cui era molto importante essere speciali. Non intendevo la normalità intesa come mediocrità, ma proprio come le cose normali… Tant’è che vedi, è proprio difficile comunicare questo concetto: sembra che la parola “normale” abbia un’accezione negativa. Questa cosa in qualche modo è stata motivo d’ispirazione di un brano come “Nanà”. Mi sembrava provocatorio in un mondo in cui raccontare di aver avuto un’infanzia normale rappresenta qualcosa da fessi, perché devi per forza avere un percorso di visibilità e in qualche modo spettacolare. Ecco, sintetizzo tutto questo sproloquio per dire che era un po’ un brano contro questa eccessiva spettacolarizzazione del quotidiano. Mentre oggi che faccio spettacolo ti dico che è fantastico e che presto voglio andare anch’io in televisione (ride). All’epoca dicevo che era sbagliato ma a distanza di un anno di spettacolo, posso dire che è fantastico e che fare una vita normale è veramente una cosa pessima. La coerenza è importante.

Perfetto, io sono molto soddisfatta e ti ringrazio per la disponibilità.

Non so… Se volevi fare un’altra quarantina di domande… Magari avevi anche studiato se i colori della fotografia di una pagina erano legati volutamente al verde della copertina. E lì ti avrei detto “Sì!”.

No ti ringrazio (risata).




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